MAL DI VOCE – Un romanzo

Cari amici, ho fatto circolare “Mal di voce” (romanzo) tra qualche addetto ai lavori/ amiche, ed avendo avuto consensi e complimenti ho deciso di mettere on-line il primo capitolo del libro che narra le vicende di Vittoria una bambina, poi ragazza balbuziente.
Se qualcuno di voi fosse poi interessato ad avere il seguito, può scrivere al mio indirizzo mail. Consideratelo il mio regalo di Natale, un abbraccio

 

MAL DI VOCE

“La balbuzie è come la poesia: rallenta il linguaggio e introduce la vertigine del pensiero, della pazienza, dell’attesa, nonché della presenza dell’altro e del suo volto.” Beppe Sebaste

A Vittoria piaceva molto riandare con la memoria alla sua infanzia, non certo perché quel periodo della sua vita fosse particolarmente felice anzi, ma abbandonarsi ai ricordi significava per lei riannodare i fili della propria vita, giustificava o meglio legittimava quel che le stava accadendo attualmente.

Era stata una bambina fragile, fisicamente ma soprattutto psicologicamente, un corpicino minuto sia nella struttura ossea che in quella muscolare, senza la più lontana parvenza di grasso. Il suo viso era appuntito, il naso non aveva quasi punta e poteva pertanto essere definito aquilino anche se non era grosso, e per fortuna; gli occhi erano anonimi sia nel taglio che nell’espressione, ma avevano uno strano color camomilla che li rendeva accattivanti, la bocca era sottile, solo una bella dentatura poteva valorizzarla ma Vittoria, pur avendo un bel sorriso, difficilmente sorrideva. Insomma un viso ed un corpo né bello né grazioso ma forse particolare, non le si addiceva certo l’aggettivo di bella bambina

Più tardi alla bambina anonima era subentrata una adolescente certamente più interessante, con un corpo non più così spigoloso, i capelli sembravano domati sotto i colpi di spazzolate serali, rendendo più visibili le belle striature dorate, gli occhi erano rimasti color camomilla ma forse quel colore non era poi tanto male.

Da bambina quel che in lei era decisamente insolito e particolare era la folta chioma di capelli ricci di un bel castano dorato con méches naturali. Ricordava come tutti non dicevano di lei “che bella bambina” bensì “che bei capelli”. Lei di contro era arrivata ad odiare quei capelli così “visibili, così invadenti” fino al punto di chiedere alla mamma di tagliarli. La mamma a questa richiesta rispondeva:

“E’ la cosa più bella che hai, arriverà il momento che li apprezzerai”.

Vittoria sapeva esattamente perché non amava i suoi capelli. Quasi tutti quelli che facevano apprezzamenti verbali sulla sua folta e ricciuta chioma finivano per appoggiare la mano sulla sua testa e questo a lei dava molto fastidio. Quelle mani le sembravano sempre troppo grandi, forse sporche, unte ma quel che detestava era soprattutto ciò che succedeva dopo la carezza. C’era l’apprezzamento “che bei capelli!” e subito dopo le domande, ed era soprattutto questo che Vittoria temeva. Le domande prevedono una risposta e Vittoria era affetta da quello che viene definito un problema di scarsa fluenza verbale, o meglio era decisamente una bambina balbuziente.

Vittoria ricorda ancor oggi quel che provava quando la mano si avvicinava ai suoi capelli:

il cuore iniziava a battere velocemente, sentiva il respiro diventare improvvisamente irregolare, la lingua in bocca sembrava irrigidirsi fino ad assumere la consistenza del legno e le parole, che già le venivano in mente per l’eventuale risposta, sembravano litigare tra loro in bocca prima di fluire nella voce. (sotto l’iceberg)

Pur provando sempre questi sentimenti a volte si stupiva che la frase uscisse senza blocchi ed inceppamenti, ma era sicuramente l’eccezione. La regola era invece una sonora balbettata, e spesso sentiva che anche i muscoli del viso si contraevano involontariamente ed il risultato era una smorfia imbarazzante. (sincinesie)

Tutto ciò che riguardava la sua balbuzie, se da un lato le procurava sofferenza ed imbarazzo, dall’altro riusciva a volte a stimolarle l’immaginazione per cui le parole che litigavano nella sua bocca diventavano nel suo mondo immaginario una piccola caverna con degli omini che tentavano di guadagnare l’uscita e finivano per uscire rotolando uno sull’altro.

Questo piccolo talento di riuscire ad immaginare cose e situazioni tutte le volte che arrivava la balbettata sembrava una specie di compensazione al suo difetto verbale e Vittoria era consapevole che tutto ciò era una piccola risorsa, quasi un suo piccolo privilegio a cui le piaceva abbandonarsi, era in fondo una abilità che le derivava dalla goffaggine del suo linguaggio, una specie di mondo parallelo che lei sola conosceva e lei sola sapeva governare.(Un limite può diventare risorsa?)

Nonostante questo Vittoria soffriva tantissimo per la sua balbuzie, anche se in famiglia tendevano a sdrammatizzare il problema, o meglio il papà diceva di essere stato anche lui un balbuziente e che il problema si era risolto da solo crescendo e forse c’era anche qualche cugino, sempre dalla parte del papà che era affetto dallo stesso difetto. (La sofferenza spesso sottovalutata della balbuzie)

Quel che si capiva è che aveva toccato sempre e solo i maschi della famiglia. Vittoria si sentiva pertanto colpita due volte: da un lato perché vittima di una familiarità, dall’altro perché in quanto femmina questa familiarità avrebbe potuto risparmiarla.

Sapeva infatti che questo disturbo colpisce prevalentemente il sesso maschile.(disturbo prevalentemente maschile, perché ipotesi)

Nessuno delle altre sorelle era balbuziente, il fratello, minore di lei di qualche anno  invece era solito chiamarla VVV Vittoria ma lei non riuscì mai a capire se fosse un tentativo di imitarla o la prendesse in giro, quel che era certo è che lei accettava con grazia e quasi con divertimento tutto ciò.

Inutile dire che questa grazia mancava quando a sfotterla erano i compagni di scuola o altre persone in diverse situazioni. (la derisione degli altri)

Vittoria era la penultima di una numerosa famiglia, prima di lei c’erano tre sorelle che, almeno ai suoi occhi, sfioravano la perfezione. Erano più carine di lei ma soprattutto avevano tutto a posto, il loro naso aveva una punta regolare, i loro occhi non erano color camomilla come i suoi, non avevano quei capelli che sembravano sempre arruffati ma soprattutto nessuna delle tre era balbuziente, e questo per Vittoria era la caratteristica che più invidiava in loro.

Si domandava spesso perché la balbuzie avesse colpito solo lei su ben 5 figli e cercava spesso di trovare una causa alla sua scarsa fluenza verbale nella storia familiare.

Chissà forse i suoi genitori non l’avevano tanto desiderata, in fondo arrivava dopo tre femmine e forse si aspettavano un maschio, forse non era tanto carina come le tre sorelle, o forse più semplicemente quella balbuzie, che fino a quel momento sembrava aver colpito solo i maschi della famiglia, con lei si era divertita, le aveva giocato un brutto scherzo. (La causa o i molti fattori?)

Un giorno che si sentiva in vena di cercare spiegazioni e certezze affrontò la mamma su questo punto ma alla domanda :
mamma perché solo io nella nostra famiglia sono balbuziente, cosa c’è in me che non va?
La mamma molto candidamente invece di darle una risposta citò un passo di uno tra i suoi autori preferiti che spiegava la balbuzie così:
  ….Un angelo tocca la bocca dei bambini nell’ora della nascita, a te questo angelo ha dato un colpetto più forte e sei diventata balbuziente…….Non c’è altra spiegazione aggiunse.

Certo che la mamma era una persona decisamente singolare, non si riusciva con lei ad intavolare una conversazione razionale, cercava sempre scappatoie letterarie o poetiche ma era anche la caratteristica che la rendeva diversa da tutte le altre mamme e decisamente affascinante.

 Il papà apprezzava solo in parte questi suoi aspetti, anzi gli sembrava di dover pagare un prezzo piuttosto alto per la vena poetica della mamma, su di lui finivano per ricadere una serie di incombenze, problemi pratici proprio perché la mamma sembrava spesso fuori dalla realtà. Fu proprio questo il motivo per cui la nonna paterna, quando rimase vedova, venne a vivere stabilmente con loro.

Vittoria non aveva mai conosciuto il nonno paterno, a loro era sempre stato detto che era morto giovane in un incidente e che da quel giorno la nonna si era trasferita da loro, anche perché la mamma stava attraversando un brutto periodo che sfociò nella sua prima crisi depressiva. Ne seguirono molte altre perché da quel momento la mamma alternava periodi di grande depressione a periodi di quasi normalità. La nonna per tutta la famiglia era diventata la figura femminile di riferimento. Soprattutto Vittoria, ma anche il fratellino Fabio erano molto legati alla nonna, sicuramente più delle sorelle maggiori.

Le tre sorelle, Emma, Elsa ed Ada vivevano in un mondo loro, il loro aspetto fisico sembrava sempre in grande armonia con la realtà circostante, anche la loro vita scolastica sembrava scorrere sui binari della normalità, mai brutti voti ma neanche eccellenze in qualche disciplina. A volte qualcuna di loro si innamorava e questo diventava argomento di conversazione a tre, Vittoria ed il fratello erano considerati ancora piccoli per questi discorsi.

Dalle descrizioni sin qui svolte, sia dei tratti somatici sia di quelli psicologici di Vittoria, sembra affiorare una moderna Cenerentola di una numerosa famiglia, in realtà le cose non stavano  proprio così, anzi.
Venivano usati nei suoi riguardi una serie di favori che erano sistematicamente negati agli altri figli, il suo difetto la esonerava da una serie di compiti e lei non solo era consapevole di tutto ciò ma aveva imparato con il tempo ad usare gli altri per i propri fini, aveva acquisito quello che gli esperti definiscono la capacità di manipolare gli altri.
(i vantaggi residui dell’handicap)

Proprio per questo non poteva essere definita né l’anello debole della famiglia, ne tantomeno una moderna cenerentola, Vittoria sapeva usare la propria fragilità che derivava dalla balbuzie per soggiogare a sé chiunque potesse tornarle utile. Ecco alcuni esempi:

La famiglia di Vittoria conduceva una vita piuttosto lontana da quello che in genere viene definito mondanità ma vi erano pur sempre occasioni in cui si apriva alle relazioni sociali sia con alcuni parenti, sia con amici prevalentemente del papà. La mamma, non è che non avesse amicizie, ma  i lunghi periodi in cui cadeva in depressione allontanavano anche quelle poche amiche che si ritrovava.

Vittoria ricordava per esempio le  pre – natalizie che cadevano all’incirca una settimana prima del natale, dove arrivava molta gente a casa per una sorta di aperitivo e lo scambio degli auguri. Le sorelle ed anche il fratello dovevano salutare tutti gli ospiti ed intrattenersi con i più giovani, a lei veniva semplicemente chiesto di salutare dando la mano a tutti ma poi poteva tranquillamente sparire dalla circolazione, cosa che lei faceva regolarmente. Qualche volta cercava di rimanere in zona e se la godeva vedendo come fossero improntate a tanta formalità le conversazioni che intrattenevano in particolare le sue sorelle e godeva segretamente dall’ esserne esonerata.

Per quanto riguardava la scuola, in famiglia non  erano molto propensi a firmare giustificazioni, per non essere preparati ad una eventuale interrogazione, se non ovviamente in casi di una certa gravità soprattutto legati alla salute. Per Vittoria i genitori erano sempre pronti, bastava che lei lo chiedesse anche quando non esistevano motivi validi, la balbuzie in sé era già un buon motivo per esonerarla da certi obblighi e non solo scolastici.

A volte era necessario fare una commissione, andare a portare qualcosa da qualcuno non era certo Vittoria che faceva tutto ciò, era legittimo che lei si astenesse da una serie di azioni, comportamenti, al punto che Vittoria stessa aveva imparato ad usare questi piccoli privilegi ed anche quando poteva benissimo svolgere commissioni semplici e non impegnative evocava la propria balbuzie per legittimare la propria inadempienza.  

In casa c’era anche il cane, un meticcio di piccola taglia recuperato al canile comunale.  A Vittoria piaceva tantissimo Bruno, questo era il nome che venne dato al cagnolino per via del suo pelo, soprattutto da quando si era accorta che parlando con lui le parole uscivano fluentemente. Con Bruno Vittoria non era balbuziente!
(Non si balbetta quando si è soli, o quando si parla con gli animali)

A Bruno ripeteva spesso le lezioni e si stupiva dell’attenzione con cui la seguiva, al ritorno da scuola spesso commentava le interrogazioni e di come si aspettasse una valutazione superiore, ma che la balbuzie ancora una volta l’aveva tradita e non aveva reso come sperava o meglio come si era preparata. (Si è penalizzati dalla balbuzie?)

Bruno perché non ci sei tu ad interrogarmi?

Sempre per quella capacità di lavorare con l’immaginazione, a volte cercava di vedere nel volto umano dell’interlocutore (la maestra in particolare) il muso di bruno, il suo cane, ma non sempre questa sostituzione la proteggeva dall’immancabile balbettata. Si era invece accorta che coloro che parlavano lentamente, con un eloquio quasi melodioso riuscivano a placare la sua ansia ed esserle, anche se indirettamente, di grande aiuto. Peccato che il mondo che circondava Vittoria, o forse che circonda tutti, sembrava popolato da persone che amavano particolarmente la velocità in tutti i suoi aspetti e quindi anche nell’eloquio. Era arrivata alla conclusione che coloro che amano la lentezza in tutti i suoi aspetti, sono i veri amici dei balbuzienti ma  anche di altri portatori di disabilità.
(coltivare la lentezza)

MAL DI VOCE – Un romanzoultima modifica: 2008-12-12T16:00:00+01:00da maldivoce
Reposta per primo quest’articolo

4 pensieri su “MAL DI VOCE – Un romanzo

  1. Il primo capitolo promette davvero bene: mi rivedo in Vittoria. Anch’io sono stata invidiosa di mia sorella normoloquente, anch’io ho attruibito la colpa di insuccessi scolastici alla balbuzie, anch’io mi nascondevo di fronte ai parenti e anch’io non andavo mai a fare commissioni.

    L’ho letto volentieri, grazie 🙂

    Carlotta

  2. in questo momento di horror pleni mi piace leggere di storie legate alle pause, ai vuoti, al bianco, alla lentezza, al silenzio, all’essenziale. Anche leggere un libro in carta e filo mi piace perché posso scandire il mio tempo con lo sfogliare delle pagine. Per questo mi scuso, ma preferisco attendere il libro in carta e inchiostro per leggerlo compiutamente. Lo farò molto volentieri! e ad ogni giro pagina un bel respiro con sorriso. Grazie Nucci!

  3. Ho letto il primo capitolo e, se mi è permesso esprimermi liberamente, anche nella speranza di essere utile, mi vien da dire che, per la delicatezza e importanza dell’argomento trattato, lo stile letterario andrebbe un po’ curato e smussato qua e là. Sarebbe un peccato sentirsi respinti nella lettura da uno stile non sempre fluito e letterario.
    Non so quanto lungo sia l’ intero romanzo ma, forse, ti converrebbe farlo rileggere da qualcuno con una spiccata sensibilità e conoscenza stilistica in modo da poterlo divulgare con maggior sicurezza. Il coraggio che hai dimostrato nel raccontare la tua esperienza non merita di infrangersi contro qualche ripetizione di troppo o periodi un poco pesanti.
    Per esempio tu scrivi

    “il cuore iniziava a battere velocemente, sentiva il respiro diventare improvvisamente irregolare, la lingua in bocca sembrava irrigidirsi fino ad assumere la consistenza del legno e le parole, che già le venivano in mente per l’eventuale risposta, sembravano litigare tra loro in bocca prima di fluire nella voce. (sotto l’iceberg)”

    ecco una possibile alternativa più fluida:

    Il cuore iniziava a battere velocemente. Il respiro si faceva irregolare mentre la lingua si irrigidiva fino ad assumere la consistenza del legno. Le parole, poi, già pronte nella sua mente per la risposta, in bocca ligavano tra loro come forsennate prima di trasformasi in voce.

    Ciao Roberto

Lascia un commento